Esce finalmente sul sito di Wired questo articolo di cui volevo appunto parlare e ora posso linkarvi.
«Guardi che sarà pure un business, ma questa è prima di tutto un’invenzione». Dice proprio così Enrico Dini, geniaccio, ingegnere, inventore, mentre prende un bel respiro e avvia la macchina con cui punta a sostituire le colate di calcestruzzo con il «visto si stampi», e le vertigini di cantiere con l’edilizia modello tipografia. Visto. Si stampi.
Si chiama “rapid building” e da più di vent’anni si nutre di ricerca sotterranea, come un fiume carsico che stenti a trovare la superficie: era il 1989 quando il Mit di Boston registrò un brevetto per stampare oggetti in tre dimensioni, il 1996 quando dalla University of Southern California fecero sapere di essere in grado di riprodurre una parete da un file digitale, ma è nel 2009 e dintorni, in un paesino del centro Italia, che il primo edificio a stampa rischia di diventare realtà. Enrico Dini preme il bottone, il carrello della stampante si mette in moto e cento beccucci sorvolano il “foglio” e depositano l’”inchiostro” seguendo le istruzioni di un file grafico in Cad convertito in modalità Stl, ovvero per stampa stereolitografica.



















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