
Ieri ho avuto la piacevole occasione di scoprire una rivista letteraria, a distribuzione gratuita, che mi ha lasciato esterefatto, è completamente controcorrente, piena di contenuti fantastici e inediti e di sorprese eccezionali, come la recensione dei Promessi Sposi scritta nientemeno che da Edgar Allan Poe (ve ne riporto un estratto qui sotto, potete trovare i contenuti in PDF sul sito SATISFICTION.IT), è una rivista in formato quotidiano, promossa dall’omonima associazione culturale e dall’editore Mattioli 1885.
La cosa incredibile è la qualità generale, a partire dalla grafica tutta tipografica, con un grande campo nero in copertina che evidenzia gli autori presenti.
È stato un colpo di fortuna, l’ho vista esposta fuori dalla libreria del Teatro a Reggio Emilia, libreria storica della città già covo di partigiani durante la resistenza, libraio sempre attento alle riviste letterarie, purtroppo non so se riuscirò a seguirne la distribuzione ma sicuramente seguirò il sito.
Buona Lettura
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Una recensione inedita in Italia, che non mancherà di stupire sia gli amanti di Edgar Allan Poe sia i lettori del Manzoni de I Promessi
Sposi nella traduzione d’autore di Raul Montanari
Edgar Allan Poe .08 .09 Edgar Allan Poe
The Southern Literary Messenger, Richmond, maggio 1835, Vol.1. N°9.
[…]
Bene! Ecco qui qualcosa di consistente e sostanzioso; un’opera di cui vorremmo dare in qualche modo un profilo, ma che non può essere compendiata. La macchina narrativa non è intricata, ma ogni parte è necessaria al resto. Dire poco equivarrebbe a dire nulla.
Certo, sarebbe troppo affermare che questo romanzo sia originale in tutto e per tutto. E’ evidente che l’autore ha familiarità con la letteratura inglese, e che ha preso più di uno spunto da Walter Scott. Quest’osservazione è stata stimolata dall’uso che quell’autore fa di tradizioni e testimonianze dei tempi andati. A Manzoni, nato in Italia, dev’essere venuto naturale trovare lo stesso tipo di materiale fra gli archivi degli staterelli italiani, ormai cancellati dalla carta geografica d’Europa. E’ ovvio che i conflitti fra piccoli stati, benché sul piano politico siano meno interessanti di quelli fra grandi nazioni, offrono maggiori opportunità per l’espressione dei caratteri individuali e per l’esercizio di quelle passioni che danno alla narrativa il più grande interesse. Ma cosa sappiamo degli uomini grandi e buoni che hanno recitato nobilmente la loro parte in queste scene, visto che il teatro delle loro imprese è sepolto e schiacciato sotto i detriti delle rivoluzioni? E’ davvero un compito pio e lodevole estrarli da sotto le rovine e permettere al mondo di soffermarsi a contemplare le loro virtù. E’ triste pensare che il breve lasso di due secoli abbia potuto deludere le speranze che rallegrarono gli ultimi istanti dei patrioti e degli eroi. “Vissuto per
la sua patria, morto per la sua patria”; la sua patria era tutto per lui; ma la sua patria è scomparsa, e il suo nome è scomparso con essa. Tutti abbiamo familiarità con le guerre civili inglesi; i nostri cuori sono avvampati e le nostre lacrime sono scorse, contemplando le virtù e le sofferenze di chi ha recitato su quelle scene; eppure, se dobbiamo dare credito alle tradizioni incluse in questo libro, una storia moderna delle repubbliche italiane rivelerebbe personaggi ancora più degni della nostra ammirazione e simpatia. Il cardinale Borromeo è un personaggio storico. E’ evidente che lo scrittore intende dipingerlo come tale; e sarebbe vano rovistare gli annali dell’umanità alla ricerca di un esempio più glorioso di purezza, di entusiasmo, di ispirazione nata dalla virtù.
Possiamo anche sospettare che un certo desiderio di onorare la chiesa cattolica si sia mescolato alla ricca tavolozza dei colori di questo quadro. Ma Manzoni, come Lutero, era ben consapevole degli abusi della chiesa. E in un episodio, che troviamo a pagina 58, ce ne rivela alcuni della cui natura non eravamo finora a conoscenza. Sapevamo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non eravamo certi di sapere in cosa consistesse. L’autore ha svelato il mistero. Ha sollevato un sipario dietro il quale non ci era mai stato permesso di guardare. Avevamo dei sospetti, e avevamo letto i sospetti di altri; ma ci mancava una precisa cognizione.
La coercizione morale, più crudele ancora della tortura fisica, con la quale viene costretta al monastero una povera ragazza vittima dell’orgoglio spietato dei suoi genitori, senza un ordine esplicito, perfino senza persuasione (perché a quanto pare entrambi sono proibiti), solo perché suo fratello possa così disporre di mezzi più cospicui per farsi carico dei propri onori ereditari; un fatto simile era una cosa imperscrutabile e inconcepibile per noi. Leggendo opere come La monaca di Sherwood, sentiamo di avere a che fare con semplici congetture. Davanti alla scena raccontata in questo libro, sappiamoche deve trattarsi di vita reale. E saremmo felici di saperne arricchire le pagine che noi stessi scriviamo. Probabilmente la lettura di questo episodio sarebbe più interessante di qualsiasi cosa noi possiamo dire al riguardo; ma ormai esso è già offerto al pubblico, e non abbiamo il diritto di pagare il nostro debito ai lettori dando loro ciò che è già di loro dominio. Ci limiteremo a chiedere indulgenza se ci sentiamo di offrire un breve estratto, che valga da esempio della potenza espressiva dello scrittore.
[…]
In tutto questo c’è una potenza di scrittura a cui non esitiamo a dare gran lode.
Spiace dire che la traduzione ha molte pecche. Ce ne rammarichiamo tanto più, in quanto sono evidentemente pecche dovute alla fretta. Il traduttore, temiamo, aveva fame; una disgrazia con la quale abbiamo imparato a simpatizzare. In larga parte lo stile è italiano, con parole inglesi ma pur sempre italiano. Questo è un difetto grave. In certi casi sarebbe imperdonabile. In questo caso, forse è più che compensato dal vantaggio che porta con sé. A un’opera come questa, che abbonda di frasi intraducibili tratte dal parlato, esso conferisce una pittoresca vivacità che non è inaccettabile. Ma non solo. Simili traduzioni di simili opere potrebbero rendere ben presto familiari all’inglese gli idiomi italiani, che, una volta naturalizzati, arricchirebbero il nostro linguaggio. Analogamente è già stato arricchito in modo incalcolabile dalla poesia di Burns e dai romanzi di Scott. Una familiarità con Shakespeare (che non è certo l’inglese che si parla oggi) protegge tutto un deposito di ricchezza che diversamente andrebbe perduta. La forza di una lingua sta nel numero e nella varietà delle sue espressioni idiomatiche. Ci sono forme espressive che l’uso ha reso familiari, liberandole dalle restrizioni mutilanti della grammatica regolare.
Esse consentono a chi parla di essere conciso senza essere oscuro. In questa forma ellittica, i significati che il parlante vuole esprimere vengono compresi in modo distinto e preciso. Qualora un’altra opera di Manzoni finisca nelle mani di Featherstonhaugh, ci auguriamo che il traduttore abbia il tempo per correggere le imprecisioni alle quali sarà indubbiamente sensibile; ma confidiamo che egli non conterà nel novero degli errori questa eco degli idiomi popolari italiani. Nella sua traduzione del Don Chisciotte, Smollet, proprio a causa di un’eccessiva meticolosità, ha gettato al vento l’occasione di raddoppiare la forza della lingua inglese.
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All’autore vada la nostra ammirazione, al traduttore e all’editore il nostro grazie.
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