QUESTIONI DI STILE

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In seguito ad un documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei, questo articolo di Cesare Segre sul Corriere, ha dato origine a un piccolo dibattito riportato qui.

Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.

Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità. Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.

«Diciamo parolacce che non offendono più, e «non siamo più capaci di senso tragico». Riflessioni diverse, quelle suscitate tra scrittori e linguisti dall’articolo di Cesare Segre pubblicato ieri dal «Corriere », sul degrado della lingua e la sua volgarità. Segre ricordava il disuso dei registri diversi, dall’alto al basso, dall’aulico al colloquiale, nel linguaggio giovanile, e in quello televisivo, a partire da una classe politica che «tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso»; per arrivare a chi dà del tu agli immigrati e a chi fa del turpiloquio «indifferenziato » un’abitudine. Commenta il professor Pietro Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata: «Ha ragione Segre quando dice che è importante l’appropriatezza d’uso di registri diversi. Anche i registri bassi possono essere utilizzati in certi ambiti: per esempio, se nel corso di una lezione io dico “vi state abbioccando” invece che “addormentando”, lo faccio perché proprio il cambio di registro può essere efficace. Il fatto che la nostra lingua degradi è spiegabile: si tratta di un patrimonio comune, ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile.

Vi ho riportato qualche stralcio ma vale la pena leggere per esteso gli originali, anche se non troppo esaustivi del dibattito, la considerazione che vorrei aggiungere io è che anche se è vera l’ultima considerazione riportata qui sopra che ora tutti parlano italiano, anche se un italiano molto povero e scialbo per lo più, io ho percepito un vistoso scadere del linguaggio e dell’offerta culturale televisiva, e sopratutto si è diffuso il meme secondo cui gli intellettuali e qualsiasi prodotto intellettuale siano da rifiutare in quanto snob ed è giusto anzi farsi vanto della propria ignoranza. C’è proprio un aggressività esplicita, che si percepisce molto nei commenti lasciati in rete, verso qualsiasi critica in senso culturale.

Voglio fare un esempio ne “I dialoghi” di Pier Paolo Pasolini, che è la raccolta della sua rubrica che teneva sulla Voce dagli anni sessanta, una rubrica rivolta ad una fascia popolare che consisteva nel rispondere alle lettere che gli venivano inviate, si percepisce una cosa strabiliante che la consapevolezza politica di quegli anni era tutt’altra cosa rispetto alla piattezza di oggi, le lettere che arrivavano venivano da un orizzonte culturale molto basso ma nonostante ciò, anche dei semianalfabeti si rivolgevano ad un poeta intellettuale per avere delle risposte a delle problematiche anche molto reali, non era solo politica, era vita vissuta! Ricordo vivamente, nonostante il libro siano già parecchi anno che l’ho letto, una lettera che arrivava da dei minatori toscani mi pare, per la maggiorparte analfabeti che chiedevano a Pasolini in quanto Intellettuale che si interessasse alle loro problematiche, chiedevano a Pasolini di andare a trovarli per scrivere la loro storia. Non so a voi ma oggi questa cosa a me parebbe fantascienza. Questo per dire che da allora, la metà dei sessanta, la figura dell’intellettuale ha perso completamente credibilità e interesse e questo si rispecchia sulla società, con il disprezzo per tutto ciò che è cultura.

Sull’orizzonte televisivo non mi vorrei dilungare troppo, quello che si percepisce degli ultimi ventanni è una corsa al ribasso dell’offerta televisiva e letteraria, persino i telequiz sono andati al ribasso se pensate alla loro evoluzione, da quiz con domande a raffica e il tempo di pochi secondi per rispondere, a i telequiz di oggi dove già ti fanno scegliere tra 4 o 5 risposte già formulate e come se non bastasse per ogni domanda passano dieci minuti con il conduttore che ti chiede se sei sicuro e se la mena, tutto questo per fare sentire più intelligenti i telespettatori a casa. Ora se in questo clima di linguaggio televisivo vi parlo del casino che è divanta la televisione qualcuno di voi crede che abbia detto una parolaccia? eppure quando ero piccolo, a scuola (questa sconosciuta) quando si diceva casino ci veniva detto che non si dice, si dice invece confusione! Bene e se vi dico invece, guaradate che bordello che è diventata? in pochi credo che noterebbero la sfumatura bassa per dare colore al discorso anzi la riterrebbero un termine da educande (sempre che qualcuno sappia ancora cosa vuol dire), come minimo dovrei dire zoccolaio ma anche questa ormai è depotenziata e ha ragione Cesare Segre a lamentarsi, non per falso moralismo ma proprio perché tutto è appiattito al ribasso.

Consiglio letterario, per chi volesse divertirsi con i registri è da leggere assolutamente ESERCIZI DI STILE di Raymond Queneau, tradotto o meglio riscritto dal francese da Umberto Eco.

Illustrazione via Parole in Gioco

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